AFP97
GF93
[1934]
1934 (GF)
Olio su tavola
81 x 64,5 cm
Collezione privata
Il Ritratto di Giuseppe Capogrossi eseguito da Fausto Pirandello è un’opera significativa che testimonia il legame tra i protagonisti della Scuola Romana negli anni Trenta. Il dipinto ritrae il pittore Giuseppe Capogrossi, grande amico e collega con cui Pirandello condivide numerose esperienze artistiche, incluso il soggiorno a Parigi fra il 1928 ed il 1930. Fino alla prima metà degli anni Quaranta i due pittori sono accomunati anche dall’adesione all’arte figurativa. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, comincia in Italia il dibattito tra astrazione e figurazione, forma e contenuto.
Capogrossi aderisce ad un rinnovamento del linguaggio, che approda alla Pittura Astratta, portandolo a diventare una figura di notevole rilievo nel panorama dell’informale italiano insieme con Lucio Fontana e Alberto Burri.
Viceversa, Pirandello ricerca un difficile equilibrio tra i due termini opposti (che Lionello Venturi definirà l’”astratto-concreto”). A questo proposito, l’Artista osserva amareggiato in una sua celebre frase:
Il ‘genere’ della mia pittura è tale che è ritenuto astratto dai simpatizzanti per il figurativo e viceversa figurativo per gli amanti dell’astratto […] il che non mi dà molta fiducia né per il presente né per l’avvenire.
Con queste parole, da cui traspare, appena mitigata dalla consueta ironia, il suo senso di isolamento artistico e l’amarezza di chi non si riconosceva nelle etichette del tempo, Fausto Pirandello descrive nel 1960 l’impasse in cui si trova. Da oltre un decennio, ormai, il dibattito artistico italiano era dominato dalla polemica tra i fautori del figurativo e i sostenitori dell’astratto, una situazione di stallo che può spiegare, almeno in parte, la stanchezza e il disincanto di Pirandello, allora sessantenne. Tuttavia, la lucidità della sua constatazione, che coinvolge perfino il giudizio dei posteri, con quell’espressione “per l’avvenire”, appare in qualche modo profetica.
Ancora oggi, infatti, la produzione artistica di Pirandello successiva alla seconda guerra mondiale non incontra un favore unanime, anzi, spesso è guardata con freddezza, se non proprio con ostilità, quasi fosse un’appendice non essenziale – ma è un trentennio – del lavoro svolto dall’artista nel periodo tra le due guerre. L’impressione è che a Pirandello venga rimproverato, da un lato, di non aver saputo restare fedele a sé stesso, allontanandosi da quel suo tragico e sublime realismo che nel 1938 aveva indotto il poeta Corrado Alvaro a definirlo “pittore di drammi”. Oppure, al contrario, che lo si accusi di non aver saputo, nonostante certi esperimenti condotti nella direzione dell’astrattismo, lasciarsi completamente alle spalle ogni riferimento alla realtà oggettiva come riuscito al suo amico di gioventù Giuseppe Capogrossi.
Infine in un’intervista concessa il 5 marzo 1969 a Franco Simongini per il programma L’Approdo, quando gli viene chiesto se nelle sue ultime opere ci sia un ritorno alla realtà oggettiva e cosa fosse stata per lui l’esperienza cubista e astratta, Fausto offre una risposta degna del suo grande padre:
Veramente io non mi sono mai discostato da un riferimento alla realtà, proprio perché la realtà è l’invenzione che ciascuno di noi fa del mondo che percepisce. L’esperienza cubista e astratta sono problematiche della realtà del tempo in cui viviamo e perciò sono modi anche del mio linguaggio
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