AFP81
GF78
[1933]
1933 (GF)
Olio su tavola
100,5 x 130 cm
Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma
L’opera è stata acquisita dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1935 ed è censita con il codice 9017 nell’inventario della stessa Galleria.
Il dipinto reinterpreta in chiave moderna e cruda il mito classico di Giove e Danae, dove il dio si trasforma in pioggia dorata per possedere la fanciulla. La scena è trasposta in un interno spoglio e disordinato che evoca l’atmosfera di una casa di tolleranza.
A questo proposito si propone l’interpretazione dell’opera fornita da Claudia Gian Ferrari nella sua monografia del 1991:
“Il titolo allegorico di quest’opera è costruito sull’equivoco del racconto realistico, punteggiato di simboli e riferimenti emblematici. Sulla sinistra un corpo di donna seminudo in prospettiva fortemente scorciata, quasi stesse per cadere da un piano troppo inclinato; al centro un materasso, indumenti buttati in disordine, da chi si è svestito troppo in fretta, e dietro a questi uno specchio che riflette l’altra parte della stanza; sulla destra un’asse da stiro dietro la quale scende una tenda di pizzo che fa da quinta alla composizione. Il corpo della donna, abbandonato al sonno, discinto, ma ancora con le scarpe, fa pensare allo sfinimento successivo alla passione, o più prosaicamente al rilassamento provocato dall’afa estiva, in un affocato pomeriggio romano. I colori sono tutti rapportati al caldo tono incarnato di quel corpo arreso, e la ricca confusione che lo circonda ha una forte valenza emblematica.
Il tema della carnalità, intesa come fisicità un po’ animalesca, con un netto sentimento di impudicizia, è un motivo che prende le mosse in questo momento pirandelliano, e si protrarrà quasi come costante, nel tema delle bagnanti e delle spiagge, lungo tutta la sua storia pittorica.
Il corpo femminile, e sovente anche quello maschile, non è mai narrato come espressione di bellezza, mai idealizzato, anzi è indagato nelle sue manifestazioni più brutali e in tutta la sua realtà, spesso violenta, brutta, volgare.”
(C. Gian Ferrari, Fausto Pirandello, Leonardo-De Luca Editori, 1991, Roma, pp.43-44)
Sul significato della gamba di gesso (già presente sottoforma di un piede di gesso nell’opera La scala) si riporta la testimonianza di Pierluigi Pirandello figlio primogenito dell’Artista:
“Un giorno chiesi a mio padre che significato avessero quel piede e quella gamba; lui con un sorriso mesto mi rispose: -Tuo nonno nella commedia Diana e la Tuda fa distruggere dallo scultore Giuncano alcune statue di gesso: e io ho raccolto parti di quelle statue e le ho collocate nei miei quadri che ritengo migliori come La scala e La pioggia d’oro- Non ebbi il coraggio di chiedergli cosa potesse averlo tanto ferito nell’atto di Giuncano. […] Quello che è certo è che nei quadri successivi al 1936, non riportò più nè gambe nè piedi di gesso nelle sue composizioni: chi poteva cogliere, e probabilmente aveva già colto, l’intenzione polemica sottesa alla presenza di quei misteriosi frammenti scultorei, ovvero mio nonno Luigi Pirandello, drammaturgo, premio Nobel 1934 per la letteratura, era scomparso il 10 dicembre di quell’anno.” (Arte, n.219, Giugno 1991, p.74)
Sempre su questo punto si riporta infine il contributo della storica dell’arte Daniela Ferrari:
“Nel dipinto è sotteso il riferimento alla tragedia scritta da Luigi Pirandello Diana e la Tuda, incentrata sul rapporto tra scultura e realtà, tra arte e vita. Il giovane scultore Sirio Dossi vive l’ossessione di voler rappresentare nell’opera le forme perfetto ma effimere della sua modella destinate a subire l’azione del tempo. Solo l’arte può sopravvivere immutata e la giovane modella Tuda, sposata dallo scultore per legarla eternamente a sè, si presta a pose estenuanti per assecondare il sogno dell’artista di poter realizzare il suo capolavoro. Al contrario l’ormai anziano maestro di Sirio, Giuncano, distrugge tutte le sue sculture riconoscendo che la perfezione non risiede nell’arte ma nella vita, rappresentata proprio dalla giovane ed infelice Tuda di cui si innamora, ricambiato. Il dramma che intreccia vicende amorose, illusioni e disillusioni si conclude in tragedia e nella consapevolezza di quanto sia irraggiungibile il sogno della perfezione”
(D. Ferrari, Catalogo della mostra Fausto Pirandello. Il dramma della pittura, p.38)
1935 Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma
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